Le "Curtes"
Il
periodo della decadenza dell'Impero Romano e delle invasioni barbariche,
dovette rappresentare per l'intera regione equicola un momento
di difficoltà, come lo fu per l'intera penisola italiana.
La poca popolazione, rimasta dopo la scomparsa del centro di Clitemia,
si sparse per le campagne, stabilendosi in piccole "curtes"
vivendo dei magri proventi dell'allevamento di bestiame soprattutto
ovino e di una agricoltura primitiva. Chiuse
in se stesse, le "curtes" furono ravvivate nella loro
vita grigia e stentata dalla presenza di monaci benedettini che
costellarono il territorio di piccole chiese, alcune site nei
pressi delle stesse corti, altre in mezzo ai boschi, altre, infine,
sulle sommità dei monti, forse sul luoghi di antichi culti
pagani che i monaci, per far scomparire, sostituirono con quello
dei Santi più venerati e con quello, assai frequente, dell'Arcangelo
Michele.
È,
infatti, a questo periodo che deve ascriversi la nascita di numerose
chiesette, come San Mauro e San Sabino (detto anche San Savino),
nei pressi di Capradosso, Santa Maria Sconzia (oggi S. Maria Donati),
ai piedi della sommità su cui sorse poi Staffoli, S. Maria
della Macchia, S. Martino in Broilo, S. Silvestro, S. Angelo in
Colle Dordonis, nelle campagne di Petrella, S. Lucia, S. Quirico
e S. Anatolia nel sito dove oggi è la Diga del Salto, mentre
sulle montagne luoghi di culto si ritrovano in S. Angelo di Staffoli,
oggi parrocchiale dello stesso centro, le grotte di S. Nicola
di Staffoli e di Piagge (oggi Grotta della Beata Filippa), mentre,
forse più tarde, sono le pievi di S. Andrea in Capradosso,
oggi scomparsa, e che era sita nel luogo dove oggi sorge il cimitero
della frazione, e di San Giovanni in Staffoli, già citata
nonché l'altra importante pieve anch'essa di giurisdizione
vescovile, che fu S. Maria in Foro Marerii, oggi parrocchiale
di Mercato, frazione del Comune di Fiamignano. L'assenza
di citazioni di toponimi siti nel nostro territorio, all'epoca
delle invasioni barbariche, ci costringe a basare la nostra ricostruzione
unicamente su documenti posteriori e sull'esistenza di luoghi
di culto di chiara origine monastica, nonché a lavorare
in analogia con altri territori equicoli vicini, che, per la loro
situazione geografica dovettero subire lo stesso destino del territorio
da noi preso in esame.
Comunque,
certamente dovettero esistere delle "curtes" site nei
pressi delle principali pievi, quelle "curtes" da cui
poi dovettero avere origine i centri incastellati. Nel pressi
della pieve di S. Andrea, infatti, esisteva un insediamento romano
erede come gli altri della ormai scomparsa Cliternia.
Lo stesso deve affermarsi per San Giovanni di Staffoli e per la
"Curtis de Broilo" nei pressi di Petrella, in quella
vallata attraversata dal torrente Pereto ove ancora permane il
toponimo di "Imbroino". E proprio nella "Curtis
de Broilo" è documentata, ed esistente fino al secolo
XVI la chiesa di San Martino de Broilo, dove anche fu ritrovata
l'epigrafe classica di L. Hirredio.
La "Curtis de Broilo" meriterebbe più ampio approfondimento
poiché, quasi sicuramente, vista la sua ubicazione, da
essa nacque il centro incastellato di Petrella. Purtroppo di essa,
a parte quale citazione, non restano documenti e ti tali da suffragare
uno studio serio. Un reperto, però, ha destato la nostra
curiosità e richiamato la nostra attenzione: in una piccola
finestra della via XX Settembre di Petrella Salto, appare murata
una pietra che porta un ornamento a fregi che vagamente può
richiamare dei tralci di vite. Infatti, nelle altre pietre che
incorniciavano la finestra altre mani, in periodo più recente
hanno abbozzato altri fregi con pampini e tralci d'uva.
La
fattura del fregio sicuramente è da ascriversi al periodo
dell'Alto Medio Evo preromanico, per cui si può verosimilmente
arguire che la stessa pietra possa provenire da una "curtis"
e, forse, da quella più prossima, cioè quella di
"Broilo". L'importanza del manufatto non va sottovalutata,
poiché può essere un valido tassello per la ricostruzione
della storia del territorio in questo periodo che, se fu oscuro
per le difficoltà di vita delle popolazioni, certamente
lo è anche per lo storico che deve orientarsi con grande
difficoltà tra i pochi reperti ascrivibili a questo periodo.
Comunque,
dall'ubicazione degli edifici di culto esistenti in quel periodo
dalla loro chiara origine monastica e pievana, tenendo conto anche
delle documentazioni esistenti, si può con una certa chiarezza
ricostruire il tipo di organizzazione ecclesiastica precastrale.
Anche
nel territorio di Petrella la presenza monastica fu attiva e capillare
ma che, comunque, non giunse, come altrove nel Cicolano, all'insediamento
di centri monastici di tipo abbaziale vero e proprio, come San
Paolo de Cocotha, o San Lorenzo in Vallibus, in territorio di
Fiamignano, o come San Paolo in Orthunis in quello di Borgorose
e ciò, forse, e spiegabile con la vicinanza di Rieti, che
non permise all'autorità vescovile di eclissarsi totalmente
nella zona. Infatti,
con l'invasione longobarda e fino all'affermarsi della dominazione
franca, la crisi dei centri urbani toccò il fondo, per
cui anche l'autorità vescovile, presente nelle città,
non poté essere esercitata in pieno su tutto il territorio.
Dal fatto derivò una crisi delle istituzioni ecclesiastiche
periferiche che il Cristianesimo e lo stesso culto furono salvati
solo per la presenza e l'opera dei monaci benedettini. La
non lontana Abbazia Imperiale di Farfa e quella di San Salvatore
Maggiore, compirono in quel tempo una vera e propria opera missionaria,
inviando anche nel Cicolano i loro monaci, non solo a salvare
ed a continuare l'evangelizzazione della zona, ma anche a dirigere
la vita sociale, anche reinsegnando l'agricoltura a quelle popolazioni
che, molto efficacemente impersonano l'appellativo manzoniano
di "volgo disperso che nome non ha".
L'avvento
dei monaci fu, comunque favorito anche dall'autorità civile,
impersonata dai duchi longobardi di Spoleto, al quali l'intero
Cicolano apparteneva.
Nel 761, infatti, il duca di Spoleto, Gisulfo, dona all'abbazia
di Farfa la metà del Gualdo ai confini del Cicolano, con
la chiesa di S. Michele Arcangelo, o meglio di S. Angelo di Fiumata.
Secondo lo Staffa nella stessa chiesa era, come nelle altre, anche
materiale di spoglio romano e doveva risalire al V o VI secolo.
L' organizzazione
ecclesiastica, pertanto, in tutto l'Alto Medioevo restò
basata intorno all'attività dei monaci e ad essa fece continuo
riferimento.
La stessa crisi della proprietà terriera locale favoriva
l'avanzare della giurisdizione monastica attraverso un fenomeno
generalizzato di donazioni che permetteva, poi, agli stessi proprietari,
di divenire dipendenti dell'abbazia e di vivere sotto la sua protezione.
Lo
stesso avveniva per i chierici, che si legavano all'abbazia, magari
assumendo abito monastico, continuando nel loro luogo di origine
la cura pastorale.
E' il caso proprio della citata chiesa di S. Angelo, dove il rettore
è un prete che riceve dall'Abbazia la cura delle anime
e l'amministrazione della chiesa, dove doveva curare anche la
formazione di altri giovani chierici.
Il
fenomeno doveva continuare anche con l'accordo dei Vescovo di
Rieti, il quale, sicuramente impossibilitato ad avere la cura
piena dei territori, accettava l'opera dei monaci anche se, di
fatto, questa veniva a diminuire e quasi a far scomparire totalmente
la sua autorità pastorale.
Abbiamo fatto cenno alla grande fioritura di chiese e luoghi di
culto monastici in questo periodo, ma non ci siamo soffermati
a descriverne la tipologia. Nulla
di splendido e di sontuoso può essere offerto da popolazioni
che conducevano vita grama tra molte e gravi difficoltà
esistenziali.
Chi pensasse a chiese grandi e solenni, o idealizzasse l'importanza
storica di alcuni monumenti sì ingannerebbe di grosso.
Infatti,
quando il luogo di culto non era limitato ad una piccola cappella,
contenente un'edicola, o ad una grotta scavata o naturale sulle
pendici o sulle cime dei monti, le chiese non erano che piccoli
edifici a capanna, privi di campanile, nobilitati, dove ciò
era possibile, solo da riutilizzo di materiale classico e, raramente,
come nel caso di S. Mauro di Capradosso, o della grotta di S.
Nicola a Staffoli, da affreschi narranti la vita del Santo titolare.
Caratteristico
di questi luoghi di culto è il distacco, attraverso un
alto scalone, del presbiterio, simbolo di una concezione ecclesiale
tipicamente monastica, che vede l'aspetto orante preminente su
quello predicante. Gli esempi non mancano nel nostro territorio.
San
Mauro di Capradosso, purtroppo avviato di recente a rovina, S.
Maria della Macchia di Petrella, anch'essa bisognosa di urgenti
interventi conservativi, appaiono accomunate in una tipologia
ecclesiale simile, se non identica.
Rettangolari nell'aula, con copertura in cotto sostenuta da capriate
lignee, sono site nel pressi di boschi, ai limiti tra questi ed
i terreni coltivati e coltivabili. Forse
luoghi di preghiera nelle soste di un duro lavoro, erano punti
di richiamo per una popolazione che viveva sparsa nel campi, luoghi
dove era possibile pregare e dove, forse, se presente il monaco
presbitero si potevano ricevere i sacramenti.
Di più nobile fattura, ma ugualmente non solenni né
grandi nelle proporzioni, le pievi, come è ampiamente dimostrato
dai resti di San Giovanni di Staffoli.
Qui
le pietre squadrate, il rosone di pietre tagliate circolarmente,
mostrano un tentativo, non abortito, di ricerca del bello e del
leggiadro, forse il massimo che una popolazione, presa totalmente
da bisogni esistenziali poteva concedere all'arte. Accanto a queste
altri edifici di culto, di pertinenza monastica che, forse, solo
la privatizzazione ha salvato alla pietà popolare.
E'
il caso di S. Maria Sconzia, nei pressi di Casali Petrangeli.
Ma altre, oltre a queste, sono scomparse e quasi del tutto dimenticate.
È il caso della citata S. Martino de Broilo e S. Angelo
in Colle Dordonis di Petrella, la cui presenza ed il cui sito,
essendosi perduta ogni memoria tra il popolo, è nota solo
agli studiosi, mentre di S. Silvestro di Petrella e di San Savino
di Capradosso, restano solo i toponimi e, nel caso della prima,
qualche rovina. Solo alcuni di questi luoghi di culto, mutata
la loro funzione, continuano ad esistere.
Il
caso di S. Angelo di Staffoli, divenuta parrocchiale del "castrum",
di S. Angelo di Fiumata, parrocchiale dello stesso villaggio e
ricostruita più a monte dopo che fu sommersa dalle acque
del bacino del Salto, di S. Pietro de Molito, divenuta chiesa
del Monastero, fondato dalla Beata Filippa Mareri.
Restano le due grotte sopra ai monti. Quella di San Nicola verso
Staffoli, spogliata dai pregevoli affreschi per assicurarne la
conservazione e quella omonima sopra Piagge, conservata al culto
dalla memoria devozionale della Beata Filippa e che è divenuta
luogo di devozione con il nome di "Grotta di Santa Filippa"
e della quale dovremo parlare ancora.
Si
può dire che l'intera tipologia di edifici di culto e la
loro stessa esistenza fu travolta dalla grave crisi che nel decimo
secolo si abbatte sulle "curtes" e sulle popolazioni
equicole e che accelerò il fenomeno dell'incastellamento
a cui è legata la rinascita che, dopo il Mille, investì
anche il territorio petrellano e ne formò le caratteristiche
che ancor oggi sopravvivono.