Il Governo dei Mareri
Il
secolo XIV vede totalmente cambiata la geografia politica del
Basso Cicolano: come abbiamo visto nel capitolo precedente, i
Mareri sono rientrati nel possesso dei loro feudi equicoli, ad
eccezione di Capradosso, donato, in seguito alle vicende delle
lotte tra Angioini e Svevi, all'abbazia di San Salvatore Magore.
I Mareri sono a capo di un complesso di feudi, occupante gran
parte del Cicolano, da Torre di Taglio a Staffoli, con Girgenti,
Marcetelli e Rigatti alla sinistra del Salto e con centro e residenza
a Petrella.
Posta in una posizione meglio difendibile, con strutture urbane
e castrali di moIto più estese e grandi di quelle della
vicina Mareri, peraltro rovinata dalla citata distruzione del
secolo precedente, la nuova sede era più adatta ad un governo
e voleva rappresentare molto di più di semplice possesso
feudale, ma che cercava di avere, come vedremo, una parte molto
attiva tra le entità politiche a cavallo tra i confini
del Regno e dello Stato Pontificio, con le città de L'Aquila
e di Cittaducale a guardia del Regno e Rieti e San Salvatore Maggiore
ai confini dello Stato della Chiesa.
I
signori
Mareri di questo periodo sono Francesco II, figlio di Francesco
I, a sua volta figlio di Tommaso I, Pietro, che governò
pochi anni forse perché ecclesiastico ed a cui successe
nel governo dei feudi il fratello Tommaso III, detto Tuccio.
Ma i torbidi che afflissero il Regno nel corso dei primi anni
di governo della regina Giovanna I d'Angiò si ripercossero
anche nelle nostre zone. Infatti, nel corso di questi torbidi,
molte furono le traversie che dovette attraversare la vicina città
de L'Aquila, dove le funzioni erano rappresentate dalle famiglie
nemiche dei Pretatti e dei Camponeschi, in continua e cruenta
inimicizia fra di loro. Fu in questi frangenti che il piccolo
"castrum" montano di Rascino fu distrutto e raso al
suolo.
Facente parte del contado e della diocesi aquilana, al momento
della sua distruzione la popolazione preferì rifugiarsi
nei feudi dei Mareri e si divise tra i castelli di Petrella, Mareri,
Staffoli, Poggiopoponesco e Gamagna, portando con sé i
possessi ed i diritti sulle terre intorno al luogo montano, territorio
che da allora, cominciò a far parte del Cicolano. Gli ecclesiastici,
invece, si rifugiarono nella città de L'Aquila e la piccola
chiesa di S. Maria della neve restò sotto la giurisdizione
della archidiocesi abruzzese.
Poco si sa del governo di Tuccio Mareri, anche se, dobbiamo arguire
che tutta la prima parte del secolo XIV fu assorbita nella sistemazione
dei possessi della famiglia equicola e nel loro adattamento a
piccola potenza territoriale, per cui, quando, sicuramente prima
dei 1380, a Tuccio successe Filippo IV (Lippo), ormai il governo
dei Mareri era consolidato nei territori e si avviava ad una strutturazione
organizzativa che avrebbe lasciato il segno anche nei secoli successivi.Infatti
il governo di Lippo rappresenta una tappa importante nella formazione
culturale ed umana dell'intera area. Sappiamo che Lippo riparò
la Rocca di Petrella, ma non sappiamo di preciso di quali lavori
si trattasse. È certo, però, che la Rocca di Petrella
dovette subire un'evoluzione profonda nei secoli.
Nata
come fortilizio, costituito da una muraglia di difesa, con un
torrione, successivamente si arricchì di un palazzo inferiore,
che non è il palazzo baronale di porta orientale, come
erroneamente avevamo pensato all'inizio delle nostre ricerche,
né il palazzo presso S. Maria della Petrella, ma, sicuramente,
l'avancorpo della Rocca, dove oggi si trovano gli edifici dei
Troiani, già dei Michelangeli e di cui restano proprio
lungo l'attuale parte alta della via Rocca Cenci, vistose rovine.
Sulla cima nacque, sicuramente tra la fine del secolo XIV e il
secolo XV un vero e proprio palazzo signorile, di cui avremo modo
di parlare per altre e più note vicende.
È certo che sotto il governo di Lippo notevole dovette
essere l'attività edilizia. Trecentesche, infatti, appaiono
alcune corti petrellane, alcuni palazzi nella zona della porta
del Colle ed il palazzo baronale della Porta orientale che, se
ora si presenta nella sua stratificazione colonnese, chiaramente
appare trecentesco per l'impianto originale, costituito da un
corpo tozzo con loggia al quale si accedeva
con una scala, le cui tracce sono ben visibili ed individuabili
nei documenti murari, anche se la loggia, poi interamente inserita
del palazzo è stata ridotta a quattro grandi finestroni
a tutto sesto. Una
lapide murata sulla facciata della basilica di S. Maria della
Petrella dice chiaramente che l'opera fu fatta dal notaio Giovanni
de Lucta, che era al servizio di Lippo Mareri, nel 1391 in onore
della Madonna. Poiché la chiesa di S. Maria esisteva già
da tempo, come abbiamo visto, l'opera di cui parla l'epigrafe
dovette riguardare o l'ampliamento o il campanile.
D'altra
parte nel corso dei lavori di restauro, la suddetta basilica appare
chiaramente a tre navate, con sei arcate alternate due a due.
La parte anteriore appare aggiunta ed è più stretta
dell'intero impianto basilicale e fatta con materiale diverso
dalle pietre squadrate che caratterizzano sia il campanile, sia
la parte più ampia del tempio.
Certo
è, invece, anche guardando la tipologia costruttiva, che
il campanile di S. Maria, possente nel suo aspetto di torre che
poteva ottimamente servire come difesa della residenza signorile
attigua, risale certamente al secolo XIV. Tutte
queste cose dimostrano che il governo di Lippo dovette significare
un salto di qualità nell'ambiente del governo locale. Sappiamo
che Lippo mise in atto una politica di espansione dei suoi possessi.
Lo troviamo alla fine del secolo XIV signore di Pozzaglia, mentre
nel 1393 ricevette da Bonifacio IX, il feudo di Capradosso. Ma
l'azione di Lippo dimostra il suo pieno inserimento nella politica
regionale, attraverso l'elezione di suo figlio Ludovico ad abate
di S. Salvatore Maggiore. In tal modo venivano a gravitare intorno
alla politica dei Mareri non solo il Cicolano, ma anche gran parte
della Valle del Turano.
Ciò
dovette seriamente preoccupare la città di Rieti, che vedeva
in tal modo divenire minacciosa per la sua sicurezza ed il suo
potere la potenza dei Mareri, i quali, con l'influenza su San
Salvatore Maggore, venivano di fatto a circondarla. E per questo
che, quando venne a mancare l'abate Ludovico Mareri, Rieti si
sforzò, inutilmente, di far eleggere un Alfani abate di
San Salvatore.
Nel
1387 Lippo arbitrò una vertenza tra Rieti e San Salvatore,
nata per questioni di giurisdizione su alcuni territori.
Alla fine del 1392, in occasione di una delle tante dispute, permanentemente
insorgenti tra Rieti e Cittaducale, fu ancora Lippo arbitro tra
i due contendenti nominato su richiesta delle due città
rivali e da ciascuna ritenuto comune amico.
Nel
1387, intanto, era sorta una seria controversia tra gli abitanti
di Petrella e quelli di Offeio, per il possesso di una valle.
Arbitro per risolvere la controversia fu nominato l'abate di Farfa,
Nicolò II, che nel 1389 emise una sentenza a favore di
Offeio.
Ma se la politica estera, chiamiamola pure così, di Lippo
fu abbastanza attiva, altrettanto lo fu la sua attività
amministrativa per organizzare i feudi equicoli.
Sotto il suo governo furono concessi e rinnovati gli statuti di
tutti i suoi feudi, dalla lettura dei quali si può ricostruire
un quadro fedele della vita di Petrella e del suo territorio alla
fine del Medioevo.
Gli statuti di Lippo, quasi certamente furono una riorganizzazione
ed una codificazione di diritti e consuetudini preesistenti, ma,
certamente, essi rappresentano un fatto notevole, perché
contribuiscono a dare all'intero territorio ed ai suoi abitanti
una struttura giuridica interna, su cui si baserà l'amministrazione
locale per alcuni secoli.
La corte baronale risiedeva a Petrella, dove era pure un giudice
per le cause criminali.
Il signore era rappresentato nei vari feudi da viceconti. Il suo
potere era pressoché assoluto sui suoi sudditi che erano
tenuti al pagamento di tasse su ogni prodotto.
Spettava al signore garantire le misure ed i pesi e chi non si
fosse onestamente attenuto ad essi era punito con multe. Inoltre,
su ogni animale che partoriva o che veniva macellato era stabilita
una tassa. Altri tributi colpivano il transito di merci e di bestiame.
Erano di proprietà del feudatario le acque, i mulini, le
gualchiere e i tiratoi delle stoffe, Infatti, a Petrella ed a
Poggio Poponesco esistevano gualchiere e tiratoi di stoffe, segno
della presenza di una attività artigianale di tipo tessile.
È da notare, infatti, che la lavorazione domestica della
canapa e del lino si è protratta, fino a tempi recenti.
La popolazione viveva per lo più di coltura, ma esisteva
anche una classe borghese, formata principalmente da notai. Petrella,
infatti, più degli altri centri, forse per la presenza
della Corte baronale, appare piena di tali professionisti.
C'è da dire, a tal proposito che nel Medioevo, dovunque
era frequente il ricorso al notaio. Egli è presente non
solo negli atti di compravendita, ma anche in altre vicende. Da
ciò, sicuramente il proliferare di questa professione.
Ma gli statuti regolano a fondo la vita del feudo in ogni particolare:
nulla da essi viene trascurato.
A Petrella molti giochi sono proibiti, tra questi quello dei dadi
e, quasi sicuramente la morra, che, presente in quasi tutti gli
altri centri, è tuttora sconosciuta a Petrella.
Evidentemente il signore aveva provveduto a tutelare la sua tranquillità,
non solo con il proibire di portare le armi all'interno del "castrum",
ma anche impedendo giochi che avrebbero potuto provocare torbidi
e risse da mettere in pericolo il governo feudale o quanto meno,
da turbarne la serenità.
La vita feudale si svolgeva interamente nei castelli, alcuni dei
quali, come Petrella, Mareri e Staffoli fortificati e muniti di
Rocca. Infatti nelle dizioni riguardanti il medioevo equicolo,
occorre fare una distinzione che ci permetta di comprendere non
solo la storia, ma anche la geografia locale, senza farci ingannare
da luoghi comuni da manuale, secondo i quali il castello è
solo quello turrito di tipo valdostano, meglio identificabile
in zona con quello rinascimentale - e non medioevale - di Roccasinibalda.
Nel
Cicolano, per castello si intende l'intero paese in genere fortificato.
Quello che oggi chiamiamo castello non è altro che la Rocca,
presente non in tutti i castelli equicoli.
È
per questo che si trovano documenti nel quali sono frequenti le
espressioni come "il castello della Petrella", e così
per Offeio e San Martino. Marcetelli, ad esempio è chiamato,
in alcuni documenti "Castrum sine Rocca", al contrario
di Rigatti, che, invece, ha una Rocca.
A
Lippo Mareri successe il figlio Cola. Fedele seguace di Ladislao
di Durazzo re di Sicilia, è con lui che i Mareri cominciano
a fregiarsi del titolo di conte. Dal 1413 Cola di Mareri è
anche capitano a vita dei territori da lui amministrati. La carica
era molto importante, soprattutto perché il Capitano rappresentava
localmente l'autorità statale.
Il
fatto che in Cola, la concessione dei feudi veniva ad assommarsi
anche alla carica di capitano, di certo aumentava il suo potere
ed ampliava la sua capacità di azione. Nelle guerre e nel
torbidi scoppiati durante la congiura dei Baroni contro Giovanna
II e Giacomo di Borbone suo marito, Cola continuò la politica
familiare inaugurata da Tommaso I. Egli
restò fedele al governo legittimo, mentre il figlio Ugolino
militò in campo avverso.
Abilissima fu la politica di Cola. Un suo figlio, Antonio, era
abate di San Salvatore e spesso amava risiedere nel palazzo inferiore
della Rocca di Petrella.
La
Rocca a quell'epoca aveva acquisito grande importanza. Costituita,
come abbiamo visto, dal palazzo inferiore da quello superiore,
con annessa capella dedicata a San Nicola, era divenuta il centro
della vita feudale della corte. La
cappella di San Nicola, infatti, anche dai documenti pubblicati
dal Di Nicola, appare chiaramente nella Rocca. Non è vero
che essa fosse attigua a Santa Maria della Petrella, per il semplice
fatto che molti atti sono rogati "sub Roccha alla Fogliata".
Ora
il vocabolo "La Fogliata" e quella parte, ora ad orti,
terreni a terrazzo, siti al di sopra di Via Aquila e la Rocca
stessa nel pressi del quartiere petrellano detto "Tufilli".
Se S. Maria, o parte di essa avessero fatto pane della Rocca,
certamente La Fogliata non sarebbe stata definita "sub Roccha"
dal momento che il complesso ecclesiale è molto al di sotto.
Piuttosto
in alcuni documenti è citata la residenza del Capitano
e questa, se non è nella Rocca, poiché da essa è
distinta, non può essere individuata che nel palazzi di
Santa Maria o di Porta Orientale.
Inoltre,
sempre a migliore chiarimento della topografia di Petrella nel
secolo XV, si deve dire che la porta ferrea della Rocca, chiaramente
citata nel processo Cenci, oltre che nel documenti dell'epoca
di Cola, si trovava proprio nella Rocca.
La piazza del mercato, o "platea fori", dove si svolgeva
il mercato istituito per privilegio regio, doveva trovarsi invece
in quella che attualmente è la Piazza campo de' Fiori,
che doveva essere assai più ampia.
La
tipologia urbanistica, infatti, mostra che alcuni edifici, tra
via Sallustio e la stessa attuale piazza, appaiono di molto posteriori,
quasi pronti a riempire un'area vuota precedentemente esistente.
Una menzione a parte merita il palazzo e la chiesa di S. Caterina,
nominata negli statuti, documentata nel catasti ed in piedi fino
intorno al 1920, quando crollò.
Il
palazzo presenta una struttura inferiore medioevale, con un arco
ogivale Portante una "S" entro uno scudo identico a
quell'altro che, sito nella attuale via Roma, già via Olimpia,
delimita una corte. Trattasi
forse di quelle case che, secondo gli statuti il Mareri comprò
da un certo signore Sciarra? La sovrastruttura del palazzo è
chiaramente barocca con stucchi e cornici. Purtroppo sarebbe necessario
un intervento di restauro per salvare questo monumento.
Accanto
alla chiesa di Santa Caterina funzionò a lungo un ospedale.
Il Capitano aveva il compito di amministrare la giustizia e, ordinariamente,
teneva udienza a Petrella, o nel pressi di S. Maria e nel suo
palazzo.
Sotto il conte Cola, anche Borgo San Pietro viene citato come
feudo dei Mareri. Come essi fossero entrati in possesso dei diritti
che erano delle Clarisse non sappiamo. Certo
è che il possesso fu solo temporaneo.
Al conte Cola successe il figlio Ugolino il quale, alla morte
della regina Giovanna II si schierò con Alfonso d'Aragona.
A lui successe Giacomantonio, il quale subito mostrò problemi
di salute mentale, per cui il governo dei suoi feudi fu, di fatto,
tenuto da suo fratello Francesco. Infatti
è costui che il 20 Novembre del 1440 stipula a Petrella
una tregua con gli Aquilani e con i partigiani di Renato d'Angiò
pretendente al trono di Napoli in opposizione agli Aragonesi.
La vittoria di Alfonso, nonostante la tregua, non impedì
la conferma a Giacomantonio dell'investitura sovrana. Evidentemente
erano stati motivi di forza maggiore a spingere Francesco alla
tregua con i nemici del Re.
Ben
presto, quasi sicuramente per le condizioni mentali di Giacomantomo,
gli successe nel governo dei feudi il fratello Francesco III.
Costui era sposato con Paola di Poppleto, signora di Corvaro,
feudo di cui fu investito proprio Francesco.
Il Cicolano, con lui viene quasi interamente riunito sotto un'unica
signoria.
Da Corvaro a Caprodosso, il conte della Petrella è unico
incontrastato signore: il sogno di Tommaso I e, forse, di Filippo,
il capostipite della famiglia si era avverato! Diventato signore
di una entità non trascurabile, Francesco III si inserisce
nelle lotte che travagliano il Regno di Sicilia nel passaggio
tra Angioini ed Aragonesi.
Alleato
con le famiglie filoangioine degli Orsini e dei Camponeschi, Francesco
III aderì a Renato d'Angiò. Come al solito, un altro
membro della famiglia Mareri si schiera dalla parte opposta e
ciò mise in atto Filippo Giacomo, figlio minore di Ugolino,
a cui il padre aveva lasciato in eredità i feudi di Girgenti,
Vallececa, Campolano e Tonnicoda. Fu per questo che Giovanni Antonio
Orsini, conte di Tagliacozzo gli tolse i feudi che, in seguito,
tornarono al ramo principale dei Conti Mareri.
La vittoria definitiva di Ferdinando d'Aragona provocò
per Francesco III la perdita dei feudi che erano stati della moglie
e cioè Corvaro, Collefegato e Poggiovalle. Questi ultimi
due torneranno ai Mareri solo all'inizio del secolo XVI. Per il
resto Francesco III ottenne il perdono del Re.
Nel 1468, su ordine regio furono, però, requisite tutte
le rocche. Tra queste anche quella di Petrella, Mareri e Staffoli.
Assistiamo,
con questo episodio ad un chiaro tentativo della monarchia aragonese
di costituire uno stato unitario che accentrasse nelle mani regie
tutto il potere, limitando i poteri che i baroni esercitavano
localmente.
Ma nel 1485 una nuova rivolta di baroni, appoggiata da Papa Innocenzo
VIII turbò il Regno. Nel frangente anche L'Aquila si consegnò
al Pontefice.
Il figlio di Francesco III, Giovanni Mareri, si schierò
con il Papa. Quasi sicuramente il conte, ammaestrato dalle esperienze
precedenti, preferì non esporsi. Fu in questo contesto
che l'esercito regio, comandato dal Capuano, si imbatte in un'imboscata
di "Cicolani" nel pressi di Petrella, verso "Camporiano"
fu assalito e costretto a ritirarsi.
Alla fine della guerra, con la pace intervenuta tra il Papa e
gli Aragonesi nel 1486 fu restaurata la condizione precedente.
L'Aquila tornò in potere regio. Il conte Francesco III
mostrò la sua lealtà al governo legittimo arrestando
a Mercato nel 1492 Filippangelo Gaglioffi con altri fuorusciti
che, custoditi nella prigione della Rocca di Petrella, furono
consegnati alle autorità regie aquilane che li giustiziarono.
Nel 1494, ancora Petrella è protagonista di altri episodi.
Nella sua rocca risiedeva il Capitano regio, Sigismondo Rainaldi,
che era anche governatore del Contado. Costui, come si evince
da un ricorso degli abitanti esaminato dal Duca di Calabria Ferdinando,
aveva oppresso i Petrellani con l'ingiunzione di gravose tasse
e obbligato gli stessi a finanziare lavori di restauro e di munizione
della Rocca. Costoro si erano ribellati e, guidati da Paolo, figlio
naturale di Francesco III, detto in questi documenti conte vecchio,
avevano ferito due soldati.
Fu per questo episodio che il Capitano, per evitare lo scontro
con i Mareri si spostò temporaneamente a Rocca Randisi.
Certamente il controllo regio della famiglia del conte Mareri
non poteva essere sopportata tanto pacificamente da quest'ultimo.
Inoltre la residenza a Petrella sia del Conte che del Capitano
non doveva creare buoni rapporti tra le due autorità. D'altra
parte, era interesse degli Aragonesi custodire le porte del Regno,
di cui la fortezza di Petrella, come vedremo anche in seguito,
era uno dei capisaldi.
E gli avvenimenti di quegli anni di vivace politica di equilibrio
e di potenza tra i vari stati italiani non dovevano dargli torto.
È infatti, del 1495 l'invasione di Carlo VIII.
Questa volta i Mareri restarono fuori dalle vicende, ma la famiglia
comitale fu funestata da una serie di gravi lutti: Paolo, il figlio
naturale di Francesco, fu ucciso a L'Aquila, mentre con Fabrizio
Colonna cercava di riconquistarla al Re.
Un
altro figlio del conte Francesco assassinò nei pressi dell'episcopio
di Rieti, il 5 aprile del 1496, il nobile reatino Giacomo Peccatori,
partigiano della famiglia aquilana dei Gaglioffi. Il Mareri fu
arrestato, ma potenti parentele lo liberarono dalla pena capitale.
Nel 1510 il conte Francesco III morì. Poiché
gli erano premorti sia il primogenito Filippo, sia il figlio prediletto
Giovanni, gli successe nella contea equicola, il nipote Gianfrancesco,
figlio di Filippo.
Con
Francesco III si chiude, forse, il più splendido periodo
della signoria dei Mareri, la cui decadenza appare già
nel corso del suo lungo governo, come emerge chiaramente da fatti
e documenti, tra cui la perdita del Corvaro e l'affidamento dei
feudi di Collefegato, Marcetelli e Rigatti al nipote Francesco,
figlio di Giovanni, cosa che creò una prima frantumazione
della realtà feudale equicola faticosamente costruita dei
secoli dalla famiglia.
Gianfrancesco
Mareri, in omaggio alla politica di alleanze matrimoniali della
famiglia con la nobiltà del Regno, aveva sposato una Carafa
di Napoli. Ma a Petrella Gianfrancesco aveva una figlia naturale,
che fu chiesta in sposa da Giacomo Facchini, un oscuro personaggio
nato a Rocca di Fondi e che era riuscito, grazie anche alla sua
abilità ad accumulare una grande ricchezza. Come dote della
futura moglie il Facchini aveva preteso la promessa del "castrum"
di Staffoli, che, pero, a matrimonio avvenuto, non fu mantenuta.
Evidentemente
il conte non poteva privarsi del possesso di Staffoli che, posta
vicino ed a guardia della Rocca di Petrella, con il suo passaggio
in mano ad altri, certamente avrebbe minato il cuore dei possessi
dei Mareri.
Il
rifiuto, pertanto, dovette avere una motivazione soprattutto politica,
a cui si aggiunse l'origine plebea dei Facchini. Costui, infatti,
memore della promessa, non mancò di richiamarla alla mente
del suocero, con frequenti quanto pressanti richieste. Ma
il conte non solo non soddisfece tali richieste, ma ad una di
esse, forse meno reverente delle altre, rispose in modo assai
duro, insultando pesantemente il Facchini. Da ciò nacque
l'inimicizia tra il Facchini stesso e suo suocero, che alimentò
nel primo un odio talmente violento che egli attese impaziente
l'occasione per una vendetta esemplare. E
l'occasione non manco.
Sicuramente i corrotti e rilassati costumi rinascimentali avevano
raggiunto anche la corte della Rocca di Petrella. La contessa,
infatti, aveva allacciato una relazione illecita con un paggio
poco più che adolescente, di una bellezza inusitata, il
quale serviva alla Rocca insieme a suo fratello.
Il
conte ben presto fu informato e venne a conoscere l'illecito comportamento
di sua moglie e, per vendicare l'oltraggio che, se disonorava
la famiglia Mareri, al tempo stesso infangava anche quella dei
Carafa, mandò il paggio a Napoli, con missive per i principi,
nelle quali si narrava quanto accadeva tra il giovane stesso e
la contessa. I
Carafa, pertanto, fatto raggiungere il giovane nei pressi di Aversa
da uomini armati al loro servizio, lo fecero uccidere.
Il fratello del paggio restò alla Rocca, celando molto
bene la ferma volontà di vendicare il fratello assassinato.
Il
giovane, avuto modo di abboccarsi segretamente con il Facchini,
di notte lo fece entrare in Rocca con circa duecento armati.
Gianfrancesco Mareri e sua moglie furono sorpresi nel sonno e
strangolati, i figli del Mareri e tutti i membri della famiglia
furono sterminati.
Si salvò da tanta strage solo l'undicenne Maria Costanza
che, sorpresa in un angolo dagli sgherri del Facchini, fu gettata
da una finestra della Rocca.
La
bimba si salvò perché restò impigliata con
le vesti in un ferro che sporgeva dalla muraglia. Le sue grida
richiamarono l'attenzione dei Petrellani che la salvarono inviandola
a Cittaducale, da cui poi fu tratta dai Savelli, imparentati con
i Mareri che a Roma auspice il Papa Leone X provvidero a maritarla
al conte Annibale Rangoni.
Intanto il governo napoletano, inviato un commissario a Petrella,
con tre compagnie di fanteria spagnola, fece giustizia della strage.
Il
Facchini fuggi, ma alla fine fu ucciso per una vendetta privata
da un suo ex amico. Il Di Nicola avanza l'ipotesi che nella strage
della Petrella furono uccisi anche il conte di Matera e quello
di Popoli, forse ospiti del Mareri.
Della contea fu investito il conte Annibale Rangoni, marito di
Maria Costanza, che al suo cognome unì anche quello dei
Mareri. Annibale Rangoni morì nella Rocca della Petrella
prima del 1525, lasciando sua moglie Maria Costanza erede universale
dei suoi beni.
Maria
Costanza resto contessa del Cicolano fino al 1532, anno in cui
vendette tutti i suoi feudi al Cardinale Pompeo Colonna, che li
donò a suo nipote Marzio.
Da questo momento Petrella ed il suo territorio entreranno nell'orbita
dei possessi colonnesi. La scomparsa dei Mareri da Petrella causò
l'abbandono da parte della famiglia dell'intero Cicolano.
I
rami superstiti di Collefegato e di Marcetelli e Rigatti non furono
capaci di essere artefici di Storia. I loro nomi continuarono
ad essere presenti solo nelle cronache del territorio e non sempre
in modo positivo.
Con
Maria Costanza si era conclusa, infatti, un'epoca che aveva visto
i Mareri ed il Cicolano protagonisti della Storia dell'Italla
centrale. Ora, con i nuovi signori, i feudi equicoli non saranno
altro che dei feudi come tanti altri, inseriti come semplici informi
tasselli in quel grosso contesto che furono i possessi colonnesi
prima e barberiniani poi. I nuovi signori non sono equicoli e
solo alcuni di loro, come Orinzia, Pierfrancesco e Pompeo, saranno
presenti anche fisicamente nei loro possessi e lasceranno dei
segni: ma l'epoca in cui il Cicolano si era posto in modo attivo
nel contesto politico regionale era tramontata per sempre. Dei
Mareri ben presto il tempo offuscò e cancellò la
memoria. A
perpetuarla sarebbe stato solo il culto della Beata Filippa, colei
che fuggì dagli onori della politica per ricercare quelli
del Cielo, nonché il nome del villaggio che fu la culla
dei primi membri della famiglia.
Altrove,
e perfino a Petrella, che fu la sede e la capitale dei Mareri,
il loro nome sarà dimenticato totalmente dalla tradizione
della massa, fino a quando studi e pubblicazioni non hanno rimesso
in piena luce un periodo storico pieno di fatti e di personaggi
e nel quale hanno trovato le basi di crescita anche le realtà
dei nostri giorni.