Il
Governo dei colonna
Con
Marzio, primo feudatario colonnese del Cicolano, a cui lo zio,
cardinale Pompeo, Vescovo di Rieti aveva donato i feudi acquistati
da Maria Costanza Mareri, inizia la serie dei signori Colonna,
romani ed inseriti nella politica attiva tra Stato Pontificio,
Spagna, Regno di Napoli. Infatti, se l'avvento dei Colonna nel
Cicolano aveva significato la perdita da parte dello stesso, di
quella individualità politica che lo aveva caratterizzato
dal XIII al XVI secolo, per lo stesso la signoria colonnese significò
pure l'ampliamento degli orizzonti ristretti e l'apertura di nuovi
contatti con le realtà politiche, culturali ed artistiche
che vivacemente si muovevano al di fuori dei confini della contea
equicola.
Gli stessi signori sono sempre protagonisti della vita italiana
ed europea, guerrieri e condottieri, nonché abili politici.
Lo stesso Marzio, genero del famoso Marcantonio Colonna, per averne
in seconde nozze sposato la figlia Livia, fu presente in molte
imprese di grande rilevanza militare.
Morto nel 1546, lasciò alla sua quinta figlia Orinzia,
la contea di Mareri. In tal modo, sia pure per breve tempo, il
Cicolano riacquistava la sua individualità, sotto il governo
di una signora che si mostrò sollecita verso i suoi feudi.
Infatti, nella lunga serie di feudatari che tennero la contea
equicola, Orinzia è la sola ad aver lasciato un vivo ricordo
di se stessa e del suo governo nella tradizione popolare che a
Petrella la chiama con l'appellativo di "Buona contessa romana",
quasi a volerla distinguere dagli altri feudatari locali per il
luogo di origine.
Pia
e caritatevole, fu sollecita soprattutto dell'attuazione della
Riforma Cattolica nel suoi territori, favorendovi l'insediamento
di ordini religiosi, come avvenne per i frati Minori Conventuali
a Petrella, dopo il 1562 e per i Cappuccini a Fiamignano. Non
sappiamo se Orinzia risiedesse stabilmente a Petrella, certo è
che la sua presenza vi è documentata, dal momento che in
una visita pastorale del suo tempo, il Vescovo dice chiaramente
che ella, di persona, sta confezionando un conopeo per il tabernacolo
della Collegiata di S. Maria della Petrella. Orinzia
nel 1553 sposa Pompeo Colonna, duca di Zagarolo.
Il
matrimonio, partecipato da Pompeo Colonna al Comune di Rieti,
fu da questo salutato con grandi manifestazioni di giubilo e con
la concessione della cittadinanza onorarla reatina a Camillo,
padre dello sposo ed a tutti i suoi successori. Che cosa spingesse
Rieti a salutare tali nozze con tanto entusiasmo, è facile
intuire.
I
Colonna erano signori talmente importanti nello Stato Pontificio
che, per una città dello stesso, sarebbe stato conveniente
onorare.
Inoltre, Orinzia, era signora di un'entità feudale tanto
vicina a Rieti e strategicamente tanto importante, che conveniva
alla città sabina, sempre stretta dai confini del Regno,
e con problematici rapporti con Cittaducale, tenere buono ed amico.
Il
ricordo di Pompeo nel Cicolano non è stato dei più
favorevoli al personaggio. Uomo risoluto, guerriero di fama, non
esente dalla violenza, ricopri vari importanti incarichi sia nello
Stato Pontificio che nel Regno di Sicilia e fece parlare di sé
perché giunse ad uccidere con una pugnalata sua suocera
Livia. Nella
contea equicola il suo governo ed i suoi metodi non mancarono
di farsi sentire. Infatti, rivendicando gli usi civici della montagna
di Rascino, entrò in contrasto con gli abitanti di Gamagna,
Poggiopoponesco e Mareri. Pompeo
attaccò i pastori sulla montagna, incendiando gli stazzi
e distruggendo gli ovili. Eppure il governo di Pompeo e di Orinzia
non dovette essere negativo per l'intero territorio.
Sotto di loro dovettero fervere numerosi lavori pubblici. Lo
dimostrano gli stemmi colonnesi nella cinquecentesca fontana di
Fiamignano, nella facciata delle chiesa di S. Eutizio a Mareri,
che reca le iniziali di Pompeo Colonna e la data 1557 e, sicuramente
il restauro e l'ampliamento della Parrocchiale dei Santi Fabiano
e Sebastiano, sempre a Fiamignano.
A
Petrella di certo, molto si deve al governo colonnese dal punto
di vista urbanistico ed artistico. Chiaramente colonnese è
la trasformazione del palazzo di Porta Orientale, detto baronale,
da tipica casa medioevale, a cui si accedeva tramite loggiato
e scala esterna e ridotto ad un grosso solenne maniero, su un
portale del quale emerge uno stemma colonnese.
Sotto
i Colonna, quasi sicuramente, e in particolare sotto Orinzia e
Pompeo, dovette sorgere nel pressi della chiesa di San Rocco,
che il Di Michele ipotizza nata nel 1587, ma che, quasi certamente,
poiché detta oltre un secolo dopo "molto antica",
doveva risalire a qualche tempo prima, dal momento che il Theuli
ritiene che sia una delle prime chiese dedicata al popolare Santo,
il palazzo ducale, sul quale dovremo certamente soffermarci.
La
posizione su un colle, detto da più fonti ameno per la
salubrità dell'aria, sito di fronte a Petrella ed a guardia
delle valli sottostanti, quasi uno splendido balcone sospeso sul
corso del Salto, certamente non sarà sfuggita agli abitanti
della Petrella del tempo, ed in primo luogo ai signori del posto,
né, tantomeno, ai Colonna, personaggi raffinati e colti.
Di
palazzo ducale si parla come abitazione dove erano ospitati i
frati Conventuali, portati a Petrella da Orinzia Colonna.
Ora, nel processo Cenci, di cui parleremo in uno dei prossimi
capitoli, i frati abitano chiaramente a San Rocco, dove abita
pure Marzio, figlio di Orinzia e di Pompeo.
La
dizione palazzo "ducale" non può essere certamente
riferita ai Mareri, che duchi non erano e per le cui costruzioni
la tradizione popolare usa il termine "baronale", ma
ai Colonna, duchi di Zagarolo e cioè, senz'altro a Pompeo
ed ai suoi successori.
Da
tutte queste considerazioni, si può dedurre che il palazzo,
divenuto ufficialmente convento il 18 Febbraio del 1606, è
proprio del "palazzo ducale" di cui parlano le fonti,
che, dopo il 1940 è divenuto sede del Municipio e che,
pertanto ha riassunto una funzione pubblica.
Morto Pompeo Colonna nel 1584, il possesso della contea passa
al figlio Marzio, il quale aveva intrapreso una brillante carriera
militare agli ordini di Filippo II di Spagna. Grande Signore,
Marzio, e presente a Petrella in modo saltuario e risiede solo
nel palazzo ducale, avendo egli concesso la Rocca a Francesco
Cenci che la occupò fino al 1598 e di cui avremo modo di
parlare diffusamente.
Continuatore della politica materna dei frati Minori Conventuali,
nel 1606 donò agli stessi il palazzo ducale, mentre i petrellani
donavano la chiesa di San Rocco, che, evidentemente, era di patronato
della stessa Università.
Morto Marzio nel 1607, gli successe nel dominio della contea suo
figlio Pierfrancesco il quale fu cavaliere di Toson d'Oro e pare
che fosse gravato da notevoli difficoltà a causa dei debiti
che aveva ereditato da suo padre.
Del
suo governo si hanno poche notizie. Ma, certamente egli risedette
di preferenza a Petrella e lì, alla sua morte, fu sepolto,
al centro dell'abside di S. Maria della Petrella.
Gli successe il figlio Pompeo, che aggiunse al titolo della contea
di Cicoli anche quello di principe di Gallicano.
Appassionato
di armi e di fortificazioni, come d'altronde tutti i membri della
sua famiglia, fu legatissimo a Petrella, la cui rocca fece fortificare
e provvedere di artiglieria e di munizioni. Naturalmente per queste
opere si servi anche delle "corvées" dei suoi
vassalli. Due
di questi, infatti, Alessandro ed Andrea Delfini di Sambuco, gli
mossero causa ed ebbe ragione.
Ma la politica di Pompeo, in quanto conte di Cicoli, non fu accetta
al vicerè di Napoli, Rodrigo Pons de Leon, duca d'Arcos,
che lo fece arrestare a Napoli il 27 ottobre del 1646, accusandolo
anche di usurpare poteri nella città de L'Aquila.
Evidentemente
Pompeo non aveva in pieno compreso la politica dei suoi tempi.
Anche il Regno dell'Italia Meridionale, sotto il governo spagnolo,
tendeva a riaffermare il potere centrale a scapito dei poteri
periferici dei feudatari. Fu questa tendenza alla centralizzazione
a perdere Pompeo, le cui estrosità militari, forse, furono
fraintese. Infatti
il preside aquilano Zagariga, spedì il capo bandito Giulio
Pezzola di Borgovelino, perché si impadronisse della Rocca
di Petrella, anche per studiare i progetti del Colonna.
La spedizione del Pezzola fu compiuta con una certa difficoltà:
non era facile assalire ed impadronirsi di un fortilizio munito
e difeso come la Rocca di Petrella. Il 3 Novembre 1646 fu lo stesso
Zagariga a raggiungere Petrella e dalle sue milizie fece spogliare
la Rocca. Da
questo momento che la Rocca di Petrella comincia a decadere, per
essere ridotta, dopo circa due secoli, ad un ammasso di ruderi.
Infatti, dopo Pompeo Colonna, non fu più interesse di alcun
feudatario mantenere il bellissimo e munito edificio. Né,
tantomeno, era interesse del governo regio conservare e mantenere
uno dei simboli più possenti del potere feudale.
Ma,
mentre decadeva il potere feudale, proprio a Petrella, per opera
di una famiglia mercantile improvvisamente venuta alla ribalta
del centro equicolo, i Novelli, nacquero nuove emergenze architettoniche,
quasi a sottolineare e simboleggiare nuovi tempi in cui la grossa
borghesia diventerà protagonista prendendo il posto della
vecchia feudalità.
Nel
1643 era già completata la nuova chiesa dedicata alla Madonna
Assunta ed al Santi Andrea, Giovanni, Barlomeo e Timoteo e Pompeo,
che, per brevità, e comunemente detta S. Andrea. tempio,
in ottimo stile manierista, chiaramente di scuola romana, segue
fedelmente i canoni della tipologia degli edifici sacri post-tridentini.
E senz'altro nel Cicolano il più bell'esempio di uno stile
si impose più tardi in modo pesante e non sempre di buon
gusto.
La
chiesa di S. Andrea colpisce subito l'occhio del visitatore per
la sua eleganza sobria e mossa al tempo stesso.
Alla possanza dei muri e dei contrafforti fa da contrappunto l'eleganza
dicromica della sua facciata listata in pietra serena e del campanile
a vela che, slanciato e raffinato nella costruzione in pietra,
riesce ad alleggerire la mole dell'intero complesso.
All'interno
la sobria fuga delle cappelle che si aprono con i loro archi a
tutto sesto nell'ampia aula con volta a botte, listata da cornici
in pietra serena, sostenute da lesene doriche, prelude alla festa
finale dell'altare maggiore, posto su un presbiterio sopraelevato
dove voli di angeli in stucco e drappeggi di Santi in ginocchio,
fanno da corona alla grandiosa pala, raffigurante una Madonna
con Bambino in gloria tra gli Apostoli Andrea e Bartolomeo.
La
tela unanimemente è attribuita al pittore manierista Ascanio
Manenti di Capradosso.
La chiesa dovette colpire i contemporanei, tanto che viene citata
nelle visite pastorali con l'appellativo di "pulchra ecclesia".
Accanto a S. Andrea sorse anche l'abitazione signorile dei Novelli,
oggi detta Palazzo Maoli dal nome dell'ultima famiglia proprietaria.
L'edificio,
veramente grandioso, si presenta nel prospetto sulla via XX Settembre
incorniciato da due lesene ad un unico ordine in pietra che limitano
l'intera facciata. Il pianterreno è a bugnato rustico,
mentre gli altri due piani ad intonaco, terminanti in un cornicione
aggettante che sostiene la grondaia. Un maestoso portale in pietra
incornicia, con un arco a tutto sesto, il portone d'ingresso.
Nel
lato prospiciente la campagna, l'edificio è interamente
a bugnato rustico in conci di pietra chiara, listato in basso
per tutta la sua estensione da un cornicione semicircolare in
pietra scalpellata che cinge anche la chiesa di S. Andrea.
All'interno
si trova lo stile manierista della chiesa, reso più sobrio
dalla dicromia prodotta da stucchi e da intonaci che ornano gli
scaloni, mentre le stanze costituenti una grandiosa successione
di saloni, alcuni con soffitto ligneo a cassettone, altri con
volte a vela ornate di affreschi esprimono spaziosità ed
eleganza. Il tutto intorno ad una corte vaga per le proporzioni
non troppo maestose.
Notevoli
gli scantinati costituenti una successione di grandi ambienti
in grado di ospitare la grande quantità di prodotti agricoli
provenienti dalle proprietà della famiglia.
Accanto al palazzo Maoli, attaccato ad esso, ed internamente collegato
al corpo principale, anch'esso elegante nelle forme esterne dal
lato interno in via XX Settembre, mentre verso la campagna è
protetto da una corte, chiamata legnaia, su cui si affaccia con
i suoi quattro piani, un palazzetto, coevo, certamente, del precedente,
ma costituente un'aggiunta al primitivo complesso e presentante
varianti stilistiche che lo avvicinano maggiormente all'insorgente
moda seicentesca, magari evitandone gli eccessi ornamentali.
La
nascita del grandioso complesso architettonico di S. Andrea e
di Casa Novelli simboleggia la fine del potere feudale a Petrella
e, di fatto, nell'intero Cicolano.
Non
a caso esso si pone di fronte al Palazzo Baronale di Porta orientale,
offuscandone quasi la presenza con la mole di molto più
imponente.
Ed il simbolo dei Colonna scolpito su un portale del secondo,
viene quasi oscurato dall'interesse che il primo suscita anche
nel passante più distratto. In
effetti, con l'arresto di Pompeo Colonna e con il conseguente
sequestro dei suoi beni, avvenuto nel 1650, finisce il potere
colonnese, ma con esso, finisce anche la presenza attiva dei feudatari
nella politica della zona.