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STORIA
Cenni
L'Antichità
romana
Le "Curtes"
L'Incastellamento
La Signoria dei Mareri
Il Governo dei Mareri
Il Governo dei Colonna
Feudalesimo all'unità
d'Italia
Il '900
PERSONAGGI STORICI
Beatrice Cenci
Santa
Filippa Mareri
Il
brigante Berardino Viola
Giacomo Caprioli
Mons. C. Arduino Terzi
Giorgio Roberti
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Cenni
storici
Il territorio del Comune di Petrella Salto si
pone nella bassa valle del Salto alla destra del suddetto fiume,
occupando un'area che va dalle cime del Nuria fino all'attuale bacino
artificiale del Salto.Lo stesso fiume, dopo la diga lo divide dal
territorio dei comuni dell'Alta Sabina, lungo una linea che fu anche
il confine storico fra Stato della Chiesa e Regno delle Due Sicilie.Territorio
ricco di Storia e di vicende, in esso fin dall'epoca classica fiorirono
centri di notevole interesse. Fra questi spicca Cliternia, insediamento
romano che il Martelli identificò nella zona di Capradosso,
ma che, a nostro avviso, dovette occupare un sito posto tra l'attuale
Casale Antonetti e la chiesa diruta di S. Giovanni di Staffoli,
posta lungo la provinciale Cittaducale-Fiamignano.
È in questo sito, infatti, che si ritrova la maggior parte
di reperti archeologici chiaramente provenienti dall'antico insediamento
equicolo, il quale non è più nominato dalle fonti
fin dal IV secolo . Si ignorano le cause della scomparsa di questo
centro, del quale restano numerose epigrafi.
La causa più probabile è da attribuire forse ad un
terremoto, ma non sono da escludere altri motivi, fa cui una progressiva
decadenza della zona che con le invasioni barbariche dovette toccare
il fondo.
Nell'alto Medioevo si ha un lungo silenzio sull'intera zona equicola
che compare solo in alcuni documenti di difficile interpretazione.
La scarsa popolazione della
zona dovette in quell'epoca distribuirsi in alcune "curtes"
a mezza costa, sotto la protezione di monaci benedettini, che reinsegnarono
l'agricoltura e che si insediarono in grancie ed in chiese silvestri.
Tra queste degne di nota sono S. Maria in Capradosso, S. Mauro nella
stessa località, S. Angelo di Staffoli, S. Maria della Macchia,
San Silvestro, S. Angelo in Colle Dordonis, S. Martino in Broilo
a Petrella e S. Angelo in Fiume nei pressi dell'attuale Fiumata.
Le "curtes" principali dovettero invece essere localizzate
presso la chiesa di S. Andrea in Capradosso, nel sito in cui trovasi
ora l'attuale cimitero della frazione, nonché vicino alla
chiesa di San Martino in Broilo, nei pressi di Petrella, in una
zona ancor oggi nominata con vocabolo catastale "Imbroino".
Gli attuali centri sorgono invece intorno al secolo XI, quando,
in seguito alle invasioni dei Saraceni e dei Normanni le popolazioni
furono costrette ad incastellarsi in centri più sicuri.
È proprio allora che sorgono i "castelli" di Petrella,
di Staffoli, di Capradosso, di Mareri, con le numerose "villae",
di Offeio e di San Martino.
Interessante per lo studio dell'incastellamento è analizzare
il sito sul quale sorse Petrella. Costruita intorno ad uno sperone
roccioso pressoché inespugnabile sul quale sorse la Rocca,
autonoma dal punto di vista del rifornimento idrico, per la presenza
delle numerose "fonticelle", il nuovo centro si poneva
in una posizione fortemente favorevole, elevata e difendibile, totalmente
esposta a mezzogiorno e tale da fungere da anello di congiunzione
tra la fertile produzione agricola dèlle vallate cli mezzacosta
ed i buoni pascoli dei pianori montani.
La sua quindi è una posizione tale da consentire nel futuro
al suddetto centro successivi sviluppi.
Nel 1153, con la bolla di Anastasio IV a Dodone, Vescovo di Rieti,
sono citate per la prima volta le chiese della zona, che poi sono
i luoghi di culto dei nuovi "castra" di diritto vescovile.
In una successiva bolla papale del 1182, di Lucio III, sono citate
le chiese di S. Maria della Petrella, di S. Andrea in Capradosso,
di S. Eutizio di Mareri, di S. Rufina di Piagge, di S. Pietro de
Molito e di S. Giovanni di Staffoli.
Contemporaneamente inizia l'infeudamento del territorio a varie
famiglie, fra le quali spicca quella dei Mareri, proprietaria all'inizio
dei centri di Mareri, Piagge, Pagliara, Oiano, Teglieto, Vallebona
e Casardita, ma che tendeva con l'acquisto di Petrella e di altri
castelli, ad un reale dominio sull'intero Cicolano. Tali acquisti
si realizzarono certamente prima del 1228 quando queste località
sono in possesso di Tommaso e Gentile Mareri.
È questo anche il periodo in cui Filippa, sorella dei suddetti,
compie una clamorosa scelta religiosa.
Rifiutate tutte le offerte di matrimonio, preferì fuggire
nella benedettina "grotta di S. Nicola " sopra Piagge
dove si diede, con alcune seguaci, alla vita monastica.
Fu per l'insistenza dei fratelli a cui di molto impedimento politico
sarebbe stata una scelta in senso benedettino e per l'influenza
del Francescanesimo, che Filippa accettò la donazione della
Chiesa di San Pietro de Molito e dell'intera Villa Casardita, dove
impiantò un Monastero di Clarisse, il primo del Regno di
Sicilia, intorno al quale si sviluppò nel tempo il villaggio
di Borgo San Pietro.
Morta nel 1236, a Filippa fu subito tributato un culto per cui Pio
VII, nel 1808 la proclamò Beata
I Mareri, intanto, dopo un riuscito tentativo di Tommaso I di uscire
indenne dalle lotte fra Angioini e Svevi , dopo il passaggio di
Corradino di Svevia perdettero tutti i feudi. Petrella in quell'occasione
divenne demaniale e cominciò ad esercitare un'importante.funzione
politica nella zona còme sede dei giudici regi.
Durante la lotta fra gli Angioini ed i Mareri, il castrum di Mareri
fu incendiato e distrutto.
Fu nel 1305 che la situazione
si normalizzò con la ripresa di possesso da parte di Francesco
II Mareri di tutti quelli che erano stati i feudi degli antenati,
grazie anche all'esigenza degli Angioini di instaurare ai confini
del regno una realtà feudale forte ed unitaria. Da questo
momento i Mareri incominciano a risiedere a Petrella, che si ingrandisce
di edifici, come il palazzo Mareri in Piazza S. Maria, il palazzo
baronale di Porta Orientale e diviene centro di traffici e di vita
politica.
Intanto i feudi dei Mareri si pongono come uno stato cuscinetto
tra le realtà di Rieti, L'Aquila e San Salvatore Maggiore.
Di questo stato di cose la famiglia Mareri approfitta per ampliare
sempre più i suoi domini, fino a riunire sotto la sua Signoria
l'intero Cicolano, con il matrimonio fra Francesco III Mareri e
Paola di Poppleto duchessa del Corvaro.
La famiglia Mareri, alle soglie dell'età moderna di viene
sempre più potente.
Abbandonate le residenze all'interno di Petrella, i Conti abitano
nella Rocca, adattata a splendida dimora rinascimentale e costituita
da due palazzi, uno superiore l'altro inferiore. Ma tale potenza
viene ad esser stroncata nel 1511 con la strage che, successivamente
fu chiamata "primo giallo della Petrella".
Il Conte Gianfrancesco Mareri, marito di una Carafa di Napoli, aveva
rifiutato di dare in dote ad una figlia naturale, sposata al castellano
di Staffoli, un certo Giacomo Facchini, lo stesso castello di Staffoli.
Costui aveva deciso di vendicarsi. Frattanto servivano alla Rocca,
nella corte comitale, due giovani paggi, uno dei quali di straordinaria
bellezza. Costui era divenuto l'amante della contessa. La cosa era
stata conosciuta dal conte, il quale, inviando il giovane a Napoli
con finte missive per i Carafa, fu da costoro fatto uccidere. Suo
fratello, intanto, continuava a servire a corte meditando vendetta.
Fu infatti, proprio grazie alla complicità di questo paggio,
che il Facchini riuscì ad entrare nella Rocca della Petrella
con trecento armati ed a sterminare l'intera famiglia Mareri.
Dalla strage si salvò solo la giovanissima Maria Costanza
che, gettata da una finestra della Rocca, restò miracolosamente
impigliata con le vesti ad uno spuntone di ferro della muraglia.
Soccorsa dai Petrellani, fu inviata a Cittaducale e quindi a Roma,
dove fu protetta da Leone X. Sposò Annibale Rangoni. Con
il marito tornò nella Rocca di Petrella, dove visse fino
alla morte del marito.
Rimasta vedova, decise di vendere la contea di Cicoli a Carlo V,
che la assegnò a Pompeo Colonna, Vescovo di Rieti, il quale
a sua volta la assegnò al nipote Marzio. Con la vendita della
contea i Mareri scompaiono definitivamente dalla storia del territorio
che a noi interessa. Ad essi subentrarono i Colonna.
Alla morte di Marzio Colonna il contado di Cicoli fu ereditato dalla
figlia minore Orinzia, che sposò a sua volta Pompeo, duca
di Zagarolo. Da questo momento il ramo dei Colonna di Cicoli e quello
di Zagarolo sono uniti.
Il governo colonnese a Petrella e nel suo territorio fu abbastanza
splendido. Con i Colonna il territorio fu inserito nell'influenza
dell'ambiente rinascimentale romano. Fu grazie a questa influenza
che Petrella ebbe nel Cinquecento uno dei più originali monumenti
che è appunto il Santuario di S. Maria Apparì.
L'edificio fu costruito in seguito ad un fatto straordinario avvenuto
il 31 maggio del 1562. Una fanciulla di Petrella, Persiana di Gian
Pietro Faina, tredicenne, mentre era intenta a cogliere ciliegie
acerbe da una pianta di proprietà dei suoi genitori, ebbe
la visione di una Signora vestita di bianco, nella quale ben presto
ella riconobbe la Vergine Maria che le affidò un messaggio
di conversione per i suoi compaesani, messaggio originalissimo perché
in alcuni punti ed a più di tre secoli di distanza prelude
quello di Fatima.
Come segno del fatto miracoloso ci furono la maturazione delle ciliegie
e numerose guarigioni.
Subito la giovane Persiana fu esaminata dall'autorità ecclesiastica
che autorizzò infine il culto di S. Maria Apparì.
Fu l'intervento determinante della Contessa Orinzia a permettere
l'edificazione del Santuario Mariano, che ha pianta originalissima
dal momento che essa è un ottagono inscritto in un quadrato.
Ma la storia del Cinquecento petrellano, alla fine del secolo, doveva
arricchirsi del fatto che è, senza dubbio, I'avvenimento
più noto della Storia del Cicolano. Esso è appunto
il giallo di Beatrice Cenci, alla cui figura, spesso romanzata,
Petrella è legata inscindibilmente.
Sotto il governo del figlio di Orinzia, Marzio, duca di Zagarolo,
che a Petrella amava risiedere nel palazzo di S. Rocco, divenuto
poi convento ed attualmente sede comunale, il patrizio romano, Francesco
Cenci, pressato a Roma dai creditori e dagli stessi figli maggiori,
Giacomo, Rocco e Cristoforo, con la seconda moglie Lucrezia e la
figlia Beatrice, chiese a Marzio Colonna di alloggiare nella Rocca
della Petrella che raggiunse a cavallo.
Nella Rocca egli, temendo che la figlia si sposasse, soprattutto
per non sborsare la dote, la tenne quasi in prigionia insieme alla
matrigna.
La giovane, intelligente
e determinata, decise allora di uccidere il padre. Per realizzare
questo disegno, dopo aver coinvolto da Roma il fratello Giacomo,
divenne l'amante di Olimpio Calvetti, castellano della Petrella,
che inizialmente anch'egli risiedeva nella Rocca, ma che, successivamente
fu fatto spostare da Marzio Colonna, che forse aveva sospettato
qualcosa della sua relazione con Beatrice, nel palazzo baronale
di porta orientale..
Ma non per questo il Calvetti desistette dall'incontrare Beatrice,
che raggiungeva con scale attraverso la muraglia, I'ortaccio e la
finestra della prigione.
Comprata con promesse poi non mantenute, la complicità di
un misero maniscalco, Marzio da Fioran, detto il Catalano e costretta
Lucrezia a partecipare alla congiura, con l'assenso e la guida di
Giacomo Cenci, Beatrice fece sorprendere il padre dal Calvetti e
dal Catalano nel suo letto.
Il primo lo uccise con un colpo di martello alla tempia, mentre
il secondo lo immobilizzava con colpi di mattarello.
Era il 9 settembre del 1598. Per occultare il delitto si finse una
disgrazia ed il corpo fu gettato dal Calvetti da un mignano malamente
dissestato ad arte, nell'ortaccio. Ma né i Petrellani, né
i giudici del Regno di Napoli credettero alla disgrazia, mentre
Lucrezia e Beatrice, imprudentemente, fecero scoprire alcune prove
dell'assassinio. Benché fuggiti subito a Roma dopo il seppellimento
frettoloso di Francesco Cenci in Santa Maria della Petrella, i Cenci
furono ugualmente raggiunti dalla giustizia pontificia che riuscì
quasi subito ad arrestare il Catalano.
Dopo un processo memorabile, nel corso del quale i Cenci riuscirono
a far uccidere Olimpio Calvetti da un sicario, nei pressi di Cantalice,
la posizione dei Cenci si aggravò ancor più e si ebbe
la sentenza: Giacomo fu condannato ad essere accoppato e poi smembrato,
Beatrice e Lucrezia ad essere decapitate, mentre al più giovane
Bernardo Cenci, la pena capitale fu commutata in sei anni di galera.
Subito del personaggio di Beatrice, la cui bellezza aveva colpito
la fantasia popolare, si impadronì la leggenda e la letteratura.
Di essa scrissero Shelley, Sthendal, Dumas e numerosi altri. Intanto
nel territorio del contado di Cicoli continuò il governo
dei Colonna per un altro mezzo secolo. A Petrella si affermava nel
frattempo una ricca borghesia mercantile, fra cui spicca la famiglia
Novelli che nel 1643 completò la costruzione della brillante
chiesa di S. Andrea e del palazzo oggi detto Maoli, in splendido
stile manierista. L'ultimo dei Colonna di Cicoli, Pompeo, entrato
in contrasto con la corte vicereale napoletana per aver fortificato
la Rocca di Petrella, fu da questa spogliato di tutti i feudi. Subentrarono
i Barberini, che però curarono assai poco i possessi equicoli.
Il Cicolano cominciò a divenire sempre più marginale,
anche se a Petrella nel secolo XVIII e nel successivo, la popolazione
aumentò fino a toccare i 1500 abitanti e vi sorse un potente
ceto borghese. Tale situazione continuò fino all'unità
d'Italia.
Fu forse proprio per questo che Petrella Capoluogo ebbe un ruolo
molto marginale nel fenomeno del brigantaggio postunitario che vide
protagoniste invece le sue frazioni come Teglieto, patria del famigerato
brigante Bernardino Viola, e Fiumata, dove operò un nucleo
di briganti locali.
Nel 1859 intanto, per un accordo tra Stato Pontificio e Regno delle
Due Sicilie, le frazioni di S. Martino ed Offeio furono aggregate
al Comune di Petrella. L'ultimo fatto notevole della ricca storia
locale è la costruzione del bacino artificiale del Salto,
con relativa distruzione di Borgo San Pietro, Teglieto e Fiumata,
poi ricostruiti più a monte nel 1940.
Attualmente, dopo un periodo
di notevole spopolamento, I'intero territorio cerca nel turismo
la sua vocazione e, specie a Petrella Salto ciò non è
impossibile, soprattutto se si tengono presenti le attrattive ed
il valore del suo centro storico, senza dubbio uno dei più
pregevoli della Provincia di Rieti. Anche le frazioni sono assai
interessanti, si pensi a Staffoli, con la sua posizione a guardia
della Valle del Salto e di quella del Velino, a Piagge, ad Offeio,
nonché a graziosi centri sulle rive del Salto, come Borgo
S. Pietro e Fiumata, centri di turismo estivo. Notevolissima attrattiva
è la montagna, con i suoi splendidi pianori costellati da
laghi, il cui sviluppo è forse quello che in futuro riuscirà
a risollevare la zona dal torpore in cui la civiltà industriale,
con il conseguente urbanesimo, sembra averla condannata.
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